t’ho vista seduta al tergesteo leggere saba e piangere
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da una settimana tergestina, troppe cose da dire che non voglio nemmeno scriverle e condividerle
semplicemente tenermele dentro il più possibile
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giornate in cui Trieste ti manca come l’aria
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“Il Gattile”, Associazione Civile Onlus, che, in convenzione con il Comune di Trieste e con l’autorizzazione dell’A.S.S., cura e sterilizza i gatti che vivono liberi in colonie feline, indìce un concorso di poesia, dedicata al mondo dei gatti, che si compone di una sezione in lingua italiana e di una in dialetto. La partecipazione è aperta a tutti e coloro che aderiranno saranno suddivisi in due categorie: la sezione “giovani” fino ai 18 anni, e quella riservata agli “adulti”, dai 18 anni in su.
I testi, che non dovranno superare le 35 righe di 60 battute l’una, vanno inviati entro il 10 settembre 2007 per posta ordinaria a Il Gattile, via della Fontana, 4, 34134 Trieste oppure via fax al numero 040 3474630 o via mail a info@ilgattile.it.
Le poesie saranno valutate da una prestigiosa giuria composta dall’astrofisica Margherita Hack, dall’architetto Marianna Accerboni, dal professor Elvio Guagnini e dallo scrittore Pino Roveredo.
Gli autori delle due poesie vincitrici, una per la categoria giovani e una per quella riservata agli adulti, riceveranno una targa ricordo. I testi vincitori, assieme al secondo e al terzo classificato, saranno letti dagli attori Ariella Reggio e Adriano Giraldi del Teatro La Contrada all’Oasi Felina di via Costalunga, sabato 29 settembre alle ore ore 16.00. L’Oasi felina, inaugurata di recente, è adibita ad accogliere e proteggere le colonie di gatti destinate a essere spostate per causa di forza maggiore.
La manifestazione si svolgerà nell’ambito della XXIII edizione de “I buoni della strada - Premio Miranda Rotteri”, iniziativa promossa dal Comune di Trieste e intitolata alla nota giornalista del quotidiano “Il Piccolo”, che fu una delle prime sostenitrici de “Il Gattile”.
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a me Bologna FA CAGARE
calda, piena di zanzare, piena di punkabestia, piena di studenti fuori sede, piena di ipocriti, piena di straccia maroni, piena di apparenza intorno al nulla
e non me ne vogliano i bolognesi, magari sono io che non ci sono abituata, magari sono io sbagliata, magari è la città più bella e ospitale del mondo, magari è piena di gente simpatica onesta e sincera
ma chi non ha mai vissuto a Trieste non sa quanto ci si può star bene ed esser felici, tutto qui.
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ci son giorni dove rimango a guardarti per ore, soprattutto la sera, quando sembra, per un gioco di luci, che il Pitteri vada a fuoco
ci son giorni dove vorrei semplicemente scavalcare lo schermo per venire a sedere ai bordi della fontana dei quattro continenti
una magnifica piaza vizin el mar,
serada da tre lati,
aristocratica, spaziosa e regolar (Corrai)
ci son giorni dove i sacrifici, le privazioni e i bocconi amari son così insopportabili che l’unico sistema per non uscir di testa è star qui, a guardarti, silenziosa, calma e pacifica come sai esser di sera.
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Molti non la conoscono (inconcepibile) oppure sanno la “versione ridotta” spesso cantata dagli Alpini.
Questa è la versione integrale che TUTTI dovrebbero sapere a memoria. Una volta l’insegnavano a scuola, ma ormai l’era delle poesie mandate a memoria è tristemente scomparsa. Così come tante altre cose buone che la scuola aveva il dovere d’insegnare.
Il fatto storico dovrebbe esser noto anche ai più ignoranti (ci spero, ma non ci credo…)
Comunque, nella leggenda del piave si menzionano tre nomi. E’ un bene sapere chi son stati e che han fatto:
Oberdan (Guglielmo), triestino classe 1858. Irredentista. Voleva attentare alla vita di Franz Joseph durante la festa dei cinquecento anni di fedeltà di Trieste all’Austria. Subì tradimento, venne arrestato e successivamente impiccato nel 1882.
Sauro (Nazario), capodistriano classe 1880. Marinaio divenuto poi Tenente di vascello. Irredentista. Durante la prima guerra mondiale si unì alle unità siluranti di superficie e subacquee. 60 missioni in 14 mesi. Nel 1916, sul sommergibile “Pullino”, durante una missione si sabotaggio la nave s’incagliò scoglio della Galiola (Quarnero). Tutto l’equipaggio fu fatto prigioniero. Condannato a impiccagione. Insignito, a morte avvenuta e a fine guerra, della medaglia d’oro dal Ministero della Marina (era già medaglia d’argento, in vita).
Battisti (Cesare), trentino classe 1875. Irredentista. Alpino. Qui tutte le battaglie. Impiccato nel 1916 insieme a Fabio Filzi. Medaglia d’Oro al Valor Militare.
Per i più ignoranti:
Irredentismo italiano: movimento politico antiaustriaco mirante all’unificazione delle regioni italiane (tutte) entro i confini dello Stato Italiano.
Andato in vacca dopo il secondo confilitto mondiale visto che l’Italia abbandonò l’Istria (e i suoi cittadini italiani) alla Jugoslavia di Tito.
1. Il Piave mormorava,
calmo e placido, al passaggio
dei primi fanti, il ventiquattro maggio;
l’esercito marciava
per raggiunger la frontiera
per far contro il nemico una barriera…
Muti passaron quella notte i fanti:
tacere bisognava, e andare avanti!
S’udiva intanto dalle amate sponde,
sommesso e lieve il tripudiar dell’onde.
Era un presagio dolce e lusinghiero,
il Piave mormorò:
«Non passa lo straniero!»
2. Ma in una notte trista
si parlò di un fosco evento,
e il Piave udiva l’ira e lo sgomento…
Ahi, quanta gente ha vista
venir giù, lasciare il tetto,
poi che il nemico irruppe a Caporetto!
Profughi ovunque! Dai lontani monti
Venivan a gremir tutti i suoi ponti!
S’udiva allor, dalle violate sponde,
sommesso e triste il mormorio de l’onde:
come un singhiozzo, in quell’autunno nero,
il Piave mormorò:
«Ritorna lo straniero!»
3. E ritornò il nemico;
per l’orgoglio e per la fame
volea sfogare tutte le sue brame…
Vedeva il piano aprico,
di lassù: voleva ancora
sfamarsi e tripudiare come allora…
«No!», disse il Piave. «No!», dissero i fanti,
«Mai più il nemico faccia un passo avanti!»
Si vide il Piave rigonfiar le sponde,
e come i fanti combatteron l’onde…
Rosso di sangue del nemico altero,
il Piave comandò:
«Indietro va’, straniero!»
4. Indietreggiò il nemico
fino a Trieste, fino a Trento…
E la vittoria sciolse le ali al vento!
Fu sacro il patto antico:
tra le schiere, furon visti
Risorgere Oberdan, Sauro, Battisti…
Infranse, alfin, l’italico valore
le forche e l’armi dell’Impiccatore!
Sicure l’Alpi… Libere le sponde…
E tacque il Piave: si placaron l’onde…
Sul patrio suolo, vinti i torvi Imperi,
la Pace non trovò
né oppressi, né stranieri!
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Lontan de ti Trieste no go pase:
me manca el nostro ziel, el nostro mar
el verde dei tuoi pini, le tue case
e i muri del castel,
e penso al mio balcon in Rena Vecia
quel caro balconzin!
De dove vedo i monti che se specia
nel golfo zelestin.
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Tanto gentile e tanto onesta pare
la donna mia quand’ella altrui saluta,
ch’ogne lingua deven tremando muta,
e li occhi no l’ardiscon di guardare
3 giorni tergestini strani e turbinosi, di amicizie irrimediabilmente perse e di amicizie ritrovate. di novità liete (la tal è incinta) e novità tristi (il tal si sposa, poretto lui). di caffè in casa e cioccolate al tommaseo. di scendi che ho voglia di parlare e di sali che ci son già su tutti. di poesie lette ad alta voce e di manoscritti letti in silenzio. di finalmente sei tornata e di non vedo l’ora di vederti andar via.
grazie k, grazie massimo, grazie doctor of pc, grazie silviazza, grazie sara, grazie lolly e lully, grazie anto e grazie diego, grazie alf e il suo sms via blog, grazie a tutti quelli che ho incrociato con lo sguardo.
Mostrasi sì piacente a chi la mira,
che dà per li occhi una dolcezza al core,
che ’ntender no la può chi no la prova
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Val più un bicer de Dalmato
che l’amor mio,
che l’amor mio,
che mi tradisce.
No vojo amar più femmine
perché son false,
perché son false
in t’el fare l’amor
Capita così, che ti ritrovi da sola un sabato sera noioso e nebbioso con due gatte che dormono, nonostante i tuoi inutili tentativi di farle giocare.
Una stupida associazione mentale e ti ritrovi in mente i viaggi mattinieri sull’auto beige di tuo nonno, con la nonna permanentata di fresco, per andar in jugo a cior carne.
Viaggi detestati perchè c’era l’immancabile sveglia alle 5, la smiccia fredda da bere e la nausea sicura al secondo tornante.
Va in maloron, va in maloron, va in maloron, le sartorelle
Va in maloron, va in maloron, va in maloron col suo paron!
Ricordo ancora l’odore della macchina del nonno. Odore di legna, perchè una volta al mese andava a prender la legna per el spargher e di, non saprei dire, odor di nonno, di mio nonno. Inconfondibile, un misto di colonia, legna bruciata, affetto.
In piaza “Granda”
In “Cafè dei Speci”
Xe quatro veci
Che bevi cafè!
Si diceva dei viaggi coi nonni e le immancabili cassette di pilat o di oddiononricordoilnome. Comunque tutte rigorosamente triestine, le canzoni di quei viaggi. Con la nonna che le cantava con quella sua inconfondibile voce mezza soprana, ‘che lei cantava nel coro di Pola, quand’era giovane.
Molighe ‘l fil che ‘l svoli
quel mandriol peloso!
‘l voleva che lo sposo,
inveze lo go lassà!
Insomma, a conti fatti, ti ritrovi da sola, in casa, con due gatte addormentate a cantare tutte le canzoni triestine che ti vengono a mente, facendo a gara su skype a chi ne sa di più e fino alla fine.
Tutto questo per dire cosa? Esattamente nulla, se non che nelle altre parti d’Italia non c’è un attaccamento simile alle proprie radici, dialetto e canzoni comprese.
Quale giovane triestino non sa viva la e po’ bon oppure al grido di Ciribiribin non ti risponda paghè ‘na bira? Nessuno, spero.
Se c’è uno che non le sa (ed è un sacrilegio, vergogna vergogna vergogna) m’impegno io di persona ad andargliele a imparare a domicilio.