Val più un bicer de Dalmato
che l’amor mio,
che l’amor mio,
che mi tradisce.
No vojo amar più femmine
perché son false,
perché son false
in t’el fare l’amor
Capita così, che ti ritrovi da sola un sabato sera noioso e nebbioso con due gatte che dormono, nonostante i tuoi inutili tentativi di farle giocare.
Una stupida associazione mentale e ti ritrovi in mente i viaggi mattinieri sull’auto beige di tuo nonno, con la nonna permanentata di fresco, per andar in jugo a cior carne.
Viaggi detestati perchè c’era l’immancabile sveglia alle 5, la smiccia fredda da bere e la nausea sicura al secondo tornante.
Va in maloron, va in maloron, va in maloron, le sartorelle
Va in maloron, va in maloron, va in maloron col suo paron!
Ricordo ancora l’odore della macchina del nonno. Odore di legna, perchè una volta al mese andava a prender la legna per el spargher e di, non saprei dire, odor di nonno, di mio nonno. Inconfondibile, un misto di colonia, legna bruciata, affetto.
In piaza “Granda”
In “Cafè dei Speci”
Xe quatro veci
Che bevi cafè!
Si diceva dei viaggi coi nonni e le immancabili cassette di pilat o di oddiononricordoilnome. Comunque tutte rigorosamente triestine, le canzoni di quei viaggi. Con la nonna che le cantava con quella sua inconfondibile voce mezza soprana, ‘che lei cantava nel coro di Pola, quand’era giovane.
Molighe ‘l fil che ‘l svoli
quel mandriol peloso!
‘l voleva che lo sposo,
inveze lo go lassà!
Insomma, a conti fatti, ti ritrovi da sola, in casa, con due gatte addormentate a cantare tutte le canzoni triestine che ti vengono a mente, facendo a gara su skype a chi ne sa di più e fino alla fine.
Tutto questo per dire cosa? Esattamente nulla, se non che nelle altre parti d’Italia non c’è un attaccamento simile alle proprie radici, dialetto e canzoni comprese.
Quale giovane triestino non sa viva la e po’ bon oppure al grido di Ciribiribin non ti risponda paghè ‘na bira? Nessuno, spero.
Se c’è uno che non le sa (ed è un sacrilegio, vergogna vergogna vergogna) m’impegno io di persona ad andargliele a imparare a domicilio.
Gennaio 14th, 2006 at 22:56
“se non che nelle altre parti d’Italia non c’è un attaccamento simile alle proprie radici, dialetto e canzoni comprese.”
E’ assolutamente così, e non finisce di stupire quelli che ci conoscono da “emigranti”.
“Quale giovane triestino non sa viva la e po’ bon oppure al grido di Ciribiribin non ti risponda paghè ‘na bira? Nessuno, spero.”
Se non le conosce non è neanche mai stato al Rocco o al Grezar, quindi vergogna due volte
Gennaio 29th, 2006 at 21:36
Sono capitato qui abbastanza per caso, da un link letto su un newsgroup.
Incuriosito dall’associazione tra Bologna, che è stata pure la mia città di studi, e Trieste, che, pari varie ragioni, è una città di “elezione”, ho proceduto a leggere post a ritroso…
Questo racconto, reminiscente, affettivo ed orgoglioso, mi è piaciuto decisamente, benché non abbia capito tutte le espressioni triestine.
Sull’attaccamento alle proprie radici, credo comunque sia presente dappertutto, ma in forme diversissime, per quanto in alcuni luoghi sia decisamente marcato ed innegabile.
Gennaio 31st, 2006 at 14:17
dovrei mettere la traduzione, ma certe cose son troppo poco traducibili…